Mese: marzo 2015

Recensione di Marisa Errico Catone su “Poesie per caso”

Finalmente, pumice expolita, è stata pubblicata la nuova opera di Brandisio Andolfi, intitolata “Poesie per caso”, dono graditissimo e messaggero di un’ancora timida primavera per i suoi lettori.

I versi del Nostro, simili a torrenti in piena, che trascinano via le prime erbe e i fuscelli secchi, fluiscono rapidi e leggeri, ricchi di vibrazioni e di nascoste melodie.

No n bisogna stupirsi della prolificità letteraria di quest’autore, candido e complesso nello stesso tempo. La sua poesia gli offre l’opportunità di amalgamare, sviscerare e sublimare ciò che gli accade intorno e spesso lo tocca nel profondo. E’ simile alla sabbia delle spiagge, che spesso sparisce sotto la furia devastante delle burrasche invernali o dei cicloni estivi, lasciando scoperte le sottostanti scogliere. In verità la rena si è soltanto depositata un po’ più in là, tra le alghe smeraldine e le fangosità ricche di vita dei fondali in cui si annidano le timide creature del mare, arricchendosi di nuovi frammenti di mica, madreperla e quarzi, per sparpagliarli dopo sulle spiagge risorte.

La poesia è, per sua natura, un sedimento, proprio come la sabbia, e non muore mai, rinnovandosi ciclicamente. Sceglie talora il silenzio, ma riesce anche trasformarsi in ruggito; scorre leggera nei sensi di chi sa ascoltare o, a sorpresa, divampa anche nell’anima di coloro che sono soliti dichiararsi scettici o addirittura rifiutano rime e versi, definendoli inutili orpelli, fuori moda o addirittura incongrui nel quotidiano pantano tecnologico-mediatico, in cui, come asserisce l’Autore, siamo purtroppo condannati a sguazzare.

Poeta si nasce, è vero, e tale, in effetti, si resta per sempre, a dispetto di tutto e di tutti! Le critiche certamente feriscono, eppure non uccidono, anzi stimolano a fare meglio, a scovare strade inconsuete e impervie scorciatoie, atte a raggiungere mente e cuore di chi, con malcelata supponenza, dichiara di avere “ben altro da fare” che stare ad ascoltare le glottolalie di un adoratore delle pallide Muse.

Tale tipo di umanità è ben noto all’Andolfi, che mai si è arreso allo squallore imperante dei ritmi urbani, al cosiddetto benaltrismo, alle cacofonie tipiche dei termitai cittadini e all’ossidante accelerazione, che spinge di continuo il volgo a confondere la velocità e il frastuono con la civiltà e il progresso.

“Poesie per caso” sono quelle che arrivano d’impulso, come la frecciata di Eros quando “lo spirito corre in mezzo al verde” e si è immensamente felici. In quegli estatici istanti non si scelgono le parole da utilizzare né si seguono i dettami della metrica, bensì ci si butta a capofitto nell’armonico caos della bellezza, lieti di farne parte e di essere in grado di condividerla: “scrivere spesso poesie per caso/vuol dire ascoltare mentre facili/corrono fluenti le parole in verso/e la pace senti di una melodia divina”.

Per Andolfi la poesia è come Frine: non ha bisogno di ricche vesti e scintillanti monili per essere bellissima.

Le terzine de “Il giorno e la notte” sono una specie di manifesto lirico (e non per caso hanno come chiusa una citazione catulliana) di un poeta più riflessivo, che, nell’ascoltare le voci di dentro, è in grado di filtrarle accuratamente, destinando le proprie emozioni a un uditorio più sofisticato e “alto”: “Così sulla terra tutto cambia aspetto/e muore piano piano un nuovo giorno/del quale puoi godere solo del sorgere”.

In “Le farfalle di neve” veniamo condotti per mano attraverso la campagna silenziosa e posti al cospetto degli idilli agresti, che tanto si confanno al Nostro. Ha la capacità di dipingere, con delicata maestria, la Madre terra intenta a scaldare in seno, avvolta nel velo da sposa della neve, i germogli e le gemme primaverili, pronta come sempre a partorire tenere vite “nelle valli e nei piani/che innaffierà con rivoli e torrenti”.

“La luna di città” riapre il discorso sull’eterno conflitto andolfiano: da un lato si ammassano i ricordi di quando ammirava stupito la luna “brillare tra gli ulivi in fiore/sopra il grano piegato alla falce/dalla lama crestata e scintillante”, mentre dall’altro sorge languida la pallida e asfittica regina delle notti cittadine, costretta a prostituire la propria luminosità tra i tetti affumicati delle case, le luci dei lampioni e le pacchiane fosforescenze delle insegne al neon, che pubblicizzano bevande o le merci più disparate.

La casa fra gli ulivi, dove Brandisio ha trascorso la propria adolescenza, con l’ampio focolare, intorno al quale la numerosa famiglia smaltiva le fatiche diurne tra le allegre risate tipiche di una comunità domestica felice; le solide mura e il tetto di tegole a spioventi, sotto il quale era dolce, imbre iuvante, abbandonarsi al sonno e immaginare un futuro meraviglioso: tutto ciò costituisce l’incrollabile fondamento dell’intera raccolta.

“I poeti gorgheggiano melodie in versi/come quando nel chiarore della luce/gli uccelli dei boschi allietano i mattini”: è questa la commossa sintesi dell’irrefrenabile urgenza di consegnare ad altri il proprio bagaglio di emozioni, nella speranza di scalfire almeno l’esoscheletro de “la baldanzosa gioventù moderna/piena la testa di pensieri arditi/veloci senza un tempo senza tempo” (Aria di Natale) e che, “per una notte di travestimento”, “viaggiano per i mondi dell’Eros/che credono di aver imprigionato/con i lacci dorati della droga” (Halloween). Cosa ne sanno quei poveri ragazzi privi di radici, al pari del vischio e delle orchidee, che vivono da saprofiti a spese degli altri esseri umani, della felicità discendente da una serata tranquilla, quando (Quel giorno che me ne stavo) “tra noi c’era già d’amore un’intesa/di sguardi furtivi e di parole nuove/scambiati in occasione dei lavori:/sempre c’erano tra vicini”.

I giovani d’ambo i sessi, cui il Nostro, per vari lustri, ha spezzato a scuola il pane della cultura, “neppure hanno avuto bisogno della fantasia/per immaginare luoghi e città lontane,/partenze e ritorni senza spazio e tempo”. Il docente e educatore si confessa rattristato per la loro conclamata e incancrenita incapacità di immergersi nelle misteriose vibrazioni naturali, di godere del caldo abbraccio di un focolare, di decifrare il messaggio delle stagioni e dell’amicizia con il creato, tanto francescanamente avvertito, invece, dall’ex figlio dei campi, il quale, da fanciullo, si affaticava, in laboriosa solitudine, sulle “sudate carte”.

Anche il dolore, la guerra, la povertà, il lavoro e le ristrettezze economiche possono considerarsi forze vitali, poiché forgiano il carattere. In “Non si dimentica niente” il Poeta afferma: “Ognuno ha sempre qualcosa che non dimentica/e se la porta come pietra affondata nel cuore,/piccola zavorra nel limo della vita”. Con ferma e amorevole insistenza ribadisce “Non c’è tempo di monitorare i morti/che fluiscono tra folle come tronchi:/carcasse nelle piene dopo il temporale”.

La conclusione, a prima vista, è oltremodo malinconica, ma ancora una volta il Nostro si sforza di far accettare l’ineluttabile necessità della morte ai ragazzi che “seduti mollemente sugli scanni dei bar/fumano, ridono, bevono, senza tempo”, credendo che l’esistenza sia solo un rosario d’isterici ed effimeri piaceri, fine a se stessi, senza rendersi conto di aver perso armi insostituibili contro la solitudine dell’anima.

La chiave di queste “Poesie per caso” è sicuramente da cercare nell’espressione “tempo senza tempo”, più volte ripetuta da Brandisio Andolfi e usata come un morbido pennello o, in altre occasioni, a mo’ di un’accetta o un maglio.

Parafrasando una delle strofe di “A se stesso”, possiamo senz’altro affermare che, appena un verso gli frulla nella mente, il Poeta si sente obbligato da un’intima forza a metterlo su carta, e, pur riconoscendo a malincuore di non essere sempre il beniamino della propria Musa, mantiene con fermezza il proprio impegno. La poesia salirà sempre al cielo “come una preghiera/fatta di parole che ti scendono/nell’anima piena di un brivido ancestrale” e l’invocazione al bello avrà sempre la possibilità di evocare dal nulla una brezza leggera su un lampasso di grano in erba e il sapore fresco delle ciliegie d’antàn, colte dal ramo e per gioco appese all’orecchio, così diverse da quelle esposte dal fruttivendolo cittadino nelle vaschette di polistirolo.

Al pari di uno sciamano che danza al sole, pregando il cielo di concedere la grazia della pioggia alle creature sitibonde e fiaccate dall’arsura, è accolto con gioia il brontolio dei tuoni e il baluginare dei fulmini come un dono del cielo: “La vita e la morte sono lampi – c’è assicurato – di luce scaturiti da un tuono divino”.

E’ vero, gentile Andolfi: condivido il parere che l’uomo sia figlio di una luce suprema, forgiata a sua volta come prima cosa da un Creatore benevolo e sapiente. La civiltà moderna, con i suoi difetti e peccati, ha dirazzato, purtroppo, dalla purezza angelica, cui Dio l’aveva predestinata, e così, proprio come ai fiori, ci sarà concesso di vivere “con tutta la pienezza del vigore” un solo giorno. “Si va trascinati dalla fiumara umana/come la ramaglia spazzata dal vento/col cuore in subbuglio e i pensieri in fuga”.

Dall’alto della propria non negata età anagrafica, come uno stilita immobile sulla sua colonna, Brandisio accetta serenamente ciò che la quotidianità gli offre o gli sottrae, trasformando ogni evento in versi solo apparentemente scritti “per caso”.       Bilocandosi nel “tempo senza tempo”, lacerato da un passato verde e un grigio presente, tra lacrime e sorrisi, circondato da un notturno sfolgorio di lampi e un’alba fulgida, intravede il futuro e ne tratteggia abilmente i contorni, nella speranza che anche i suoi lettori possano gioire della propria visione.

E’ da augurarsi che, generoso e felice pensatore, possa scrivere mille e ancora mille “Poesie per caso”, cospargendo di rose e di gigli il cammino dei fedeli lettori, ormai consci di essere sottoposti a un misterioso rito d’iniziazione al bello.

Marisa Errico Catone Roma, 26 marzo 2015

Conservation of rare books

#MuseumWeek #Art

Art Conservation in Action

Makiko Tsunoda was Icon intern in Manuscript and Rare Book Conservation, sponsored by the Sumitomo Foundation, until April 2013.

Welcome to the conservation students’ and interns’ blog! The primary aim of my internship is to conserve rare books and manuscripts held in the Founder’s Library of the Fitzwilliam Museum. This is taking up the majority of my time, and allows me to expand my skills and knowledge regarding condition assessment, planning, and book conservation treatments.

The Founder's Library in the Fitzwilliam Museum (left); and some of the rare books I have been conserving (right) The Founder’s Library in the Fitzwilliam Museum (left); and some of the rare books I have been conserving (right)

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