Mese: dicembre 2013

Cristiana Andolfi’s exhibition

Cristiana Andolfi's exhibition

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Recensione poetica di Gemma Menigatti Scarselli alla silloge di poesie di Brandisio Andolfi

Brandisio Andolfi, Nel tempo del giorno e della notte, Bastogi 2013, prefazione di Massimiliano Mirto

La poesia di Andolfi oscilla come un’altalena tra il vagheggiamento e la nostalgia della mitica età della sua infanzia e il rifiuto dell’età presente, di cui egli sembra sottolineare molto di più gli aspetti deleteri, lasciando in ombra i vantaggi di cui egli stesso gode. Egli però è più convincente nel trasmetterci le emozioni e le atmosfere bucoliche “del buon tempo che fu“, piuttosto che come severo fustigatore dello stile di vita odierno. Tra questi due opposti compare la riflessione sulla morte, evento atteso ora serenamente nella fede della vita eterna, ora con una certa trepidazione, per l’aura di mistero di cui essa è avvolta, ma con la segreta speranza che le pagine dei suoi libri trovino ancora l’amore dei miei bravi amici lettori (p. 41).

La copertina del volume è illustrata egregiamente dalla figlia Cristiana, che conoscendo meglio di tutti l’indole e la poesia del padre, ha saputo coglierne l’aspetto naïf e bucolico. 

Nella prima poesia che apre la silloge l’Autore si presenta nella veste di fustigatore, in cui egli se la prende con i rumori assordanti del traffico e degli schiamazzi, che penetrano violentemente in lui, vanificando ogni tentativo di neutralizzarli anche col pensiero, perché essi pervadono insistentemente ogni fibra del suo corpo. In un’altra poesia al rumore dei motori si accompagnano le urla e gli schiamazzi che provengono dalle discoteche, dove la gioventù brucia le ore della notte in preda all’alcool e alla droga, che li porterà a morire  sull’asfalto. I morti sulle strade sono la conseguenza della mancanza di autocontrollo e del sentimento di potenza che pervade chi sta al volante, forse come compensazione alle sconfitte della vita.

Dopo le invettive della prima poesia il poeta si fa più accondiscendente con il mondo che lo circonda, cogliendone gli aspetti che possono allietare l’ esistenza, anche nella monotonia della vita cittadina, se non si è completamente chiusi nel proprio bozzolo e occupati in un narcisistico compiacimento di sé o in uno sterile piagnisteo. Si può partecipare alla vita del prossimo osservandone i movimenti da dietro i vetri della finestra, come quelli del vecchio barcollante sotto la neve (p. 38), o ad aspettare il primo scroscio livido (p. 43), oppure a viaggiare con la televisione, meglio che con i mezzi tecnologici internazionali (p. 40). La vena poetica dell’Autore si addolcisce nella contemplazione dell’aurora al risveglio mattutino della città, che nonostante sia scandito dai rumori delle saracinesche dei negozi, dal traffico che inghiotte il pedone,  non nasconde la sua magia agli occhi di chi la contempla, come l’Autore che esclama: Oh, se tutti potessero vivere il miracolo del mattino! (p. 24)

I ricordi dell’infanzia fanno capolino lungo tutta la silloge, ed essa fa da modello a tutta l’esistenza, è misura interposta tra principio e fine / … / ci fa bambini e vecchi nei dolci ricordi / … / è l’epifania che accende la luce del vissuto (p. 27). Estati godute al fresco di rivoli e boschi nella caccia alle cicale e l’assordante frinire / moriva dentro il silenzio improvviso alla controra / e tutto cadeva in possesso del dio Pan (p. 25). Oltre agli idilliaci momenti della giornata e dell’infanzia il poeta non ignora la grave piaga che colpisce la sua terra, quella degli incendi boschivi / mostro di fiamme che ogni cosa afferra / … / e annulla l’anima verde di ogni pianta (p.26).  Ma non è nemmeno indifferente alle conseguenze che la violazione della quiete degli animali a causa delle pale eoliche sulle montagne possono causare loro: Più non cadono in letargo gli animali dei boschi: / l’orso e il lupo vagano senza metà (p. 31).

La silloge si chiude con un richiamo al titolo della stessa: … nel tempo / del giorno e della notte /   in cui le tappe della vita umana sono stabilite dal Volere-Principio di un Dio, che come  una fiammella illumina il cammino tenebroso dell’esistenza, pur rimanendo inconoscibile, secondo il detto latino: “Deus definiri nequit”.